critica

 

… Danilo Montenegro, il neocantastorie, un moderno cantastorie, un cantastorie, un cantastorie dei nostri tempi, o l’incantastorie, come lo ha definito Amedeo Furfaro in articolo apparso sul mensile “7 Note” nel dicembre del 1989. “Incantastorie” perchè le storie che Danilo racconta con la musica, con le parole, con i quadri, con la mimica, veramente incantano. Incantano perchè sono storie vere, perchè gridano i fatti e i misfatti di ogni giorno ma anche la tenerezza, il candore, la paura, la rabbia le debolezze, le contraddizioni, la voglia senza fine della libertà. E dunque le storie di Danilo non sono solo le sue storie, nel momento in cui le porta in scena, diventano le storie di tutti, vengono in qualche modo messe all’incanto, consegnate al migliore offerente, cioè a tutti coloro che in quelle parole, in quelle note, si riconoscono.
La giornalista RAI Brunella Eugeni

… Danilo Montenegro non ama la passarella pur avendo percorso itinerari artistici significativi in Svizzera, Germania, Canada, Stati Uniti e nei paesi di Calabria. Avvolto in una folta e corvina capigliatura e in una barba di foggia leonardesca, lascia trasparire due occhi vivi e penetranti, decisi e dolenti a un tempo, quasi a volerci ricordare, guardandolo, la nostra condizione di uomini vinti ma non domi. Egli sa trasferire in musica e parole il nostro mondo tormentato dove “la morte si sconta vivendo” e si scontra e si confonde con la vita, dove l’amore si dilata al calore di uno sguardo sincero e si può sciogliere e anche finire sotto i colpi di scure sferrati dalle gigantesche braccia di un subdolo benessere.
Il poeta Giuseppe Oliverio

… La musica originale di Danilo Montenegro sfugge al controllo dello stesso autore, ne sopravanza le intenzioni elaborative e innestando la scala infinita dei progressivi traboccamenti di espressività, attraverso i quali ritornando ad ascoltare con queste nuove-vecchie orecchie le tradizioni popolari ne comprendiamo meglio l’essenza riposta, la ricchezza custodita e accumulata nel correre dei millenni, riusciamo a stabilire un processo di continuo andare e venire a livelli sempre più profondi, della spontanea vita di un popolo al suo spirito universale.
Il critico, musicista Paolo Antinucci

…Lo spettacolo di Danilo Montenegro è molto singolare sia dal punto di vista espressivo che comunicativo. Recuperando la tipica figura del cantastorie, egli rinnova e approfondisce i tre linguaggi fondamentali di questa espressione che affonda le sue radici nella tradizione del nostro sud: immagine, parola e suono strumentale. Questi tre aspetti linguistici si fondono tra di loro formando un corpo unico assieme allo stesso “cantastorie” grazie proprio alla coerenza, al talento artistico e alla personalità di Montenegro che risultano espressi nelle diapositive dei suoi quadri proiettate come sfondo e soggetto delle sue “cantate” quanto nel suono tipico della chitarra battente di cui egli è uno dei migliori strumentisti.
Il pittore, scultore, regista Nato Frascà

…I canti e le musiche di Danilo Montenegro non guardano solo al Nord, un Nord spesso reciso dai grandi temi della cultura antropologica, ma guardano al Sud del Mediterraneo e a un Oriente che ha bisogno di parole di poesia e non di violenza.
Il poeta Emilio Argiroffi

 

LIVE  CERCU LARGU

di Amedeo Furfaro critico musicale

Che ci faceva, quella sera di una notte di mezza estate del 2005, Danilo Montenegro “cercando largo” a Mammola con la sua musica, all’interno del cartellone di Roccella Jazz ? Strano? Non tanto. Specie se si pensa che il jazz, la cui radice principale è la musica (popolare) afroamericana, ha in comune con tanta musica popolare l’elemento dell’improvvisazione. Non una costante, nel senso che modalità, approccio e canoni sono diversi ma comunque resta un dato spesso comune che questo menestrello bruno e barbuto come un eroe risorgimentale non fa altro che lasciar maturare e raccogliere attualizzandolo.
“Cercava largo” quella sera nel paesino dei fratelli Bruzzese, i primi zampognari ad esser incisi su 78 giri i cui esemplari in vinile sono custoditi oggi come pezzi da museo a Cosenza presso l’Archivio Discografico C.J.C.
E, casi della musica, una ciaramella figurava in organico sul palco a fianco all’immancabile chitarra battente ed armonica con una ritmica robusta rinforzata da tamburi e chitarre, e il flauto a svettare con l’armonica in alternanza con canto, sax e pianoforte. A voler tradurre quella necessità di “largo” si potrebbe pensare a desiderio di visibilità ma sarebbe riduttivo.
Gli spazi che Danilo cercava e cerca per la sua musica sono spazi anzitutto di agibilità artistica il che vuol dire semplicemente il poterla portare in giro, trasmetterla, soprattutto comunicarla.
Il tutto nel quadro di un recupero di ambiti occupati anzi estorti, quelli “altri” dell’alterità autoriale di un compositore-strumentista che vuol continuare nonostante tutto ad esprimere in controtendenza una sua propria atipica diversità rispetto a certi modelli musicali dominanti che alla fine non fanno che stritolare quanto di etnocultura ancora sopravvive nel nostro mondo massificato.
Montenegro non proviene però da una riserva delle Highlands calabre né da esperienze di eremitaggio into the wild sul Monte Poro.
E’ un cittadino del nostro tempo, ed in tal senso nella sua musica trapelano influssi, filtrano influenze, emergono contaminazioni esterne senza il dover sottomettervisi e subirle.
E se si concede in un brano la cadenza di Take Five esprime il meglio del tradizionale che ha in corpo in ninne nanne e tarantelle.
Una poetica musicale, la sua, che a volte quasi deborda nel manifesto militante di chi non dimentica Melissa, dove “Vogghiu Gridari” è l’Urlo di un folksinger che, anche in mezzo alla Babele delle voci e dei suoni, riesce a trovare terreno fertile, “largo”, per coltivare i semi della propria arte.

Amedeo Furfaro

 

RITRATTO DI DANILO MONTENEGRO

di Dante Maffìa poeta, scrittore,critico d’arte.

 

La Calabria è una terra ricca di tradizioni, e ricca di quel lievito umano che si è condensato nei canti popolari con musiche se sembrano nenie antiche, con parole che sembrano nate dalla demenza del sole, dalla bocca delle fiumare, dal grido di dolore che dopo la caduta di Sibari si è propagato da Reggio a Roseto instaurando il regno delle ombre, della disperazione e del patetico. Indagini accurate, scientificamente perfette sono state condotte da Raffaele Lombardi Satriani e da Luigi Lombardi Satriani che hanno messo in luce un patrimonio davvero invidiabile dal punto di vista antropologico, sociale e umano.
Anche Danilo Montenegro ha fatto le sue ricognizioni e ha recuperato, senza ammiccamenti e senza contaminazioni, canzoni, lamenti, ballate, dispetti, serenate e ninne nanne di un mondo che altrimenti sarebbe andato perduto e la cui memoria stava subendo un deterioramento a dir poco colpevole. Bene che andasse avremmo avuto una riscrittura saldata a motivi impropri, a echi provenienti da altre regioni, da altre culture. Si pensi che molti canti ormai, prima che Danilo li riproponesse, venivano attribuiti alla Sicilia o alla Campania. Non che le rivendicazioni dei primati siano efficaci e proficue, ma in questo caso servono a definire  una identità, a scavare nel passato per trarne quella linfa necessaria per conoscerci e per meglio andare verso il futuro.
E che ciò sia vero lo dimostra la produzione in proprio di Danilo che accanto al repertorio acquisito (seppure rimodellato, ma senza tradimenti filologici) ne presenta uno personale: testi composti da lui stesso, musica e parole, testi in cui ormai la tiritera della solitudine, dell’abbandono, del dolore ancestrale, dei lutti e della miseria dà posto a una analisi storica di fatti che preludono a una vera e propria  rivoluzione culturale. Si pensi a “Vogghju gridari”, alla rilettura dei fatti di Melissa (ai quali Leonida Repaci ha dedicato pagine indimenticabili), ai fatti di San Giovanni in Fiore che rivivono nel canto di Danilo fuori da qualsiasi lamento funebre.
Ciò significa che la figura del cantastorie viene ridisegnata a tutto tondo e i fatti di violenza, degli inganni, dei tradimenti, delle storture sociali, delle ingiustizie, dei soprusi non diventano più oggetto di lamentazioni accorate e patetiche, ma denuncia, aperta.
Ascoltare Danilo è come presenziare dapprima a un concerto di prefiche e poi alla danza di opliti che non intendono continuare a restare in disparte e vogliono essere parte integrante della Storia. Ecco perché bisogna vivere i concerti col nostro neo cantastorie, non limitarsi ad ascoltare una canzone. Infatti è come se egli offrisse al pubblico un romanzo scandito in capitoli serrati dai quali traspare l’itinerario d’una gente dapprima immersa nelle piaghe e poi riemersa, lontana dai miti, dai sensi di colpa, dalle brutture che hanno caratterizzato anche la storia poetica e letteraria.
Si pensi a Gente in Aspromonte di Corrado Alvaro, a Emigranti di Francesco Perri, a tanti libri di Misasi, di Padula, di De Angelis, di Strati nei quali troviamo le descrizioni di un mondo chiuso nel pantano d’una endemica povertà senza risvolti, priva di orizzonti, come una condanna da cui è impossibile uscire.
Danilo Montenegro ha preso atto di tutto ciò e dopo aver salvato dalla dimenticanza queste storie indimenticabili, ha segnato il passo nuovo che deve portare oltre.
Chiariamo comunque che in lui non c’è la minima intenzione di cancellare il passato o di renderlo con belletti e nastrini… tutt’altro. Ma il passato deve restare tale, storia che ha avuto il suo momento e che adesso deve trovare altre strade. Così egli comincia con piglio alla Brecht , o se volete alla Kunert, alla Neruda, ad enumerare le malefatte e gli sconci di una gestione politica che ha troppe colpe. Lo fa senza l’acredine che diventa faziosità, ma con quel dolore che non si cancella, ma sa uscire dall’asfissia e trovare l’universale, in modo che il canto non sia soltanto calabrese, ma peruviano (così come non è solo peruviano il canto di Manuel Scorza, ma anche calabrese e ceceno, somalo o kurdo) e diventi possibilità di colloquio con il potere e con la diversità.
Ma sarebbe abbastanza lungo fare un’analisi dei testi scritti da Danilo, analisi letteraria e musicale che ci porterebbe lontano dall’assunto. Qui mi preme focalizzare l’armonia con cui egli riesce a organizzare voce, chitarra classica, chitarra battente, note musicali e parole. Chi incontrasse per caso Danilo e non sapesse qual è la sua professione lo prenderebbe per un guru. Il suo sguardo ha qualcosa di magico, la sua chioma e la sua barba qualcosa di ieratico e, a un tempo, di figlio dei fiori. In effetti credo che la sua natura viva in questo doppio binario dell’antico e dell’avanguardia. Egli è un essere spaccato in due: un Giano bifronte che da una parte sa immergersi nella profondità degli umori che arrivano dai segreti nascosti nelle pietre di Moladi di Rombiolo e dall’altra un ragazzo curioso teso verso il futuro, verso accenti musicali che sanno contemperare le ragioni della classicità con  quelle della modernità.
Se si fa attenzione, la sua armonica e la sua chitarra battente nel mentre seguono il solco d’una melodia dentro cui è incentrato il sentimento più accorato, fanno sentire all’improvviso all’improvviso note di jazz, roteare di sottili rimbalzi che spezzano la rotondità del motivo e riportano a una dimensione colloquiale. In Danilo questo atteggiamento oltre che istintivo è frutto di un lungo tirocinio e di esperimenti che egli fa di continuo per non infossarsi nel repertorio della consuetudine. Se così non fosse, che neo cantastorie sarebbe? I vecchi cantastorie io li ho visti e ascoltati in varie piazze (forse gli ultimi) e nei loro atteggiamenti, nelle loro filastrocche ho sentito vibrare all’unisono mielosa malinconia e ironia appena percettibile. La Baronessa di Carini, il Brigante Musolino, Colapesce erano storie che toglievano il fiato per la carica di perverso dolore che vi circolava. Il fato era lì, incombeva feroce e non faceva respirare. Era d’obbligo il pianto!
In Danilo c’è altra aria, altra misura espressiva, altro senso, e dunque anche il dissenso. Ma non sarebbe nulla se questo dissenso non fosse accompagnato dalla consapevolezza di svolgere anche un ruolo sociale, oggi necessario per portare alle popolazioni messaggi nuovi.
E per dare ancora maggiore peso alla sua attività Danilo Montenegro aggiunge arte ad arte. Per esempio, dipinge.
I suoi quadri sono, in qualche modo, un completamento del suo discorso pedagogico, della sua necessità di estrinsecare la sua personalità per meglio farsi intendere. C’è, in essi, una sorta di magia che sembra il rispecchiamento della condizione del nostro tempo aggredito da mille rivoluzioni spesso mancate, fallite o finte. Il colore e l’immagine gli servono da supporto per dilatare il senso del suo canto, per permettergli di aggiungere nuove istanze semantiche a ciò che con la musica va dicendo. Del resto non deve meravigliare più di tanto, da sempre le arti sono state sorelle, si sono intersecate, abbracciate e rinnovate dandosi fiato e scambiandosi i ruoli, al punto che una volta, per una mostra tenutasi a Corigliano Calabro, mi venne di scrivere che il pittore dipingeva in dialetto. Ecco, mi sembra che anche Danilo in qualche modo lo faccia, per restare coerente alla sua espressione, al suo dettato costruito all’interno di una logica serrata e tesa a porre in rilievo la necessità di far dialogare le diversità, quali che siano, ovunque si trovino.
Mi pare che egli abbia trovato il giusto equilibrio poetico che da una parte ci immerge dentro le passioni e dentro i colori della Calabria, della sua anima, del suo temperamento, e dall’altra ci porta a volare alto, a sognare il dovuto rinnovamento, a farci sperare in un futuro che sappia essere figlio del proprio mondo, senza mai tradirlo. Danilo Montenegro sembra volerci dire ben vengano le novità, ma che non rovinino il passato. Devono solo arricchirlo, non deturparlo, non renderlo anonimo segno della globalità malata. Tanto è vero che quando dipinge elimina ogni scoria di carattere realistico -intesa in senso verghiano- e focalizza invece immagini che vivono tra dolore e sogno, tra poesia e dispersione. Alcuni suoi dipinti hanno atmosfere che sintetizzano esperienze metafisiche e quasi surreali (vengono in mente dapprima Rosai, soprattutto per i paesaggi, e poi Carrà, De Chirico, un certo Picasso depurato dagli ideologismi e portato ad esiti meno crudi) e mettono in risalto il mondo onirico che si scontra con le aggressioni della realtà che pretende la sua parte. E’ come se Danilo fosse indeciso se raccontare scoprendo fino in fondo le carte della sua indignazione o invece raccontare facendo passare i messaggi sociali e civili attraverso la forma del colore, attraverso allusioni poetiche. Ha scelto una strada abbastanza irta, un percorso che presenta insidie d’ogni genere, ma la sua mano è felice (in fondo quando dipinge è come se suonasse la chitarra) e riesce a calibrare una perfetta sintesi tra cromia e disegno, tra messaggio da trasmettere ed esigenze puramente pittoriche.
Insomma, è un Danilo Montenegro che sembra sfilarsi dal maledettismo atavico della iconografia registrata nel tempo dalla pittura del Mezzogiorno; egli cerca nuove strade espressive per una pittura che sappia interpretare le istanze dei fermenti in atto, senza tuttavia distruggere il passato, anzi traendo da esso il meglio e il vitale.
All’apparenza parrebbe che il pittore contrasti con il musicista e in cantore, e invece le due cose si saldano e trovano perfino una simbiosi, perché a ben guardare, ciò che suona e canta Danilo non è nostalgia irrorata di pianto, ma storia distillata e resa nel fluire di eventi  emblematici da cui bisogna far scaturire la nuova voce della Calabria. Anche il patetico trova una dissonanza, finalmente, e accordi e voce si divincolano dal risaputo per avviarsi a  stimolare la ricerca della identità vera, libera da qualsiasi condizionamento.
La sua pittura perciò non è chiusa nel retaggio di una tradizione passata, ma si ispira  ai canoni della più assoluta modernità. Basti osservare le campiture di colore  che si divincolano dalle scorie e dal peso di scuole e di imposizioni estetiche egemoni e si vedrà con chiarezza quanto egli abbia lavorato per uscire dalle spire di quelle false verità che per decenni ci sono state propinate da insulsi e poco credibili fautori del futuro.
Danilo ha dalla sua parte la poesia, quel vento dolce e forte che sa colorare i pensieri, dare musica alle parole, ai gesti, alle idee. E la sua pittura è fatta  innanzi tutto di idee. Infatti ogni opera dà un messaggio perentorio, una indicazione precisa anche se aperta al confronto. E il fatto che nelle immagini siano inseriti degli scritti avvalora la mia affermazione.
Ma sarebbe ben poca cosa se la realizzazione dei quadri di Danilo non fosse tecnicamente risolta con  perizia e con rigore. Non c’è nulla di improvvisato, di estemporaneo nel suo mondo pittorico (come avrebbe potuto? Vi porta lo stesso atteggiamento filologico e di fede assoluta che porta nel canto) e anche quando sembra che le immagini siano prese da un repertorio consueto e lungamente già visto ( mi riferisco ai dipinti che illustrano il mondo dell’ emigrazione con le valigie di cartone, il desolante binario che ricorda quelli di Enotrio e di Kostantin Soz, o la frutta, il grano, la gente assiepata in attese interminabili) noi sentiamo che dentro Danilo vi ha posto un messaggio di speranza, lo scongiuro perché certe cose non debbano accadere mai più. Del resto anche i versi qua e là sparsi sulle immagini sono il segnale chiaro di una intenzione “politica” che bisogna difendere educando alla riflessione, all’armonia, alla bellezza.
Le contaminazioni tra le arti sorelle ci sono sempre state; per lo più sono avvenute tra pittura e poesia, tra narrativa e pittura, tra scultura e poesia, ma raramente tra musica e pittura, anche se esistono molte testimonianze di pittori che parlano del loro rapporto con la musica, della miracolosa energia che questa infonde. Danilo Montenegro è riuscito, con mano felice, a instaurare un rapporto starei per dire miracoloso tra armonia musicale, armonia delle parole e armonia del pennello. I risultati sono visibili: opere che vibrano, armonie che nascono dai colori, “l’approdo cui si rifiutava di giungere Van Gogh”, come dice Mario De Micheli, ma nella cui strada invece “Kandiskij giungeva anche a scoprire alcune leggi basilari del colore” e “ne rivelava possibilità sorprendenti, virtù sconosciute”.
Sarebbe interessante condurre uno studio sulle ascendenze della pittura di Danilo, vedere quali sono state le suggestioni che l’hanno spinto a misurarsi con la tela bianca, con il foglio bianco. Avremmo molte sorprese, e soprattutto ci renderemmo conto che egli ha cercato dentro di sé la ricchezza da offrirci. Che poi esistano archetipi e modelli ai quali inconsciamente ci rifacciamo è ovvio. Ciò vuole significare che il nostro artista ha scavato nella sua umanità per trovare le immagini che si erano addensate nella sua anima, per svelarsi a se stesso. Ecco perché sentiamo che è egli stesso a sorprendersi, a “scoprire” ciò che va dipingendo, come se improvvisamente irrompessero nella sua quotidianità mondi sommersi con l’urgenza di apparire e poter dire la loro. La pittura di questo eclettico uomo di Calabria assomiglia alla sua terra: è dolcissima e ricchissima di straordinarie campiture, di ammiccamenti, di momenti quasi fiabeschi, dietro i quali però c’è la tristezza delle attese millenarie, delle emarginazioni che continuano a viversi con lacerazioni, di una realtà inaccettabile perché troppo densa di insolvenze. Danilo non strombazza tutto ciò, lo accenna, con garbo e con convinzione, con sfumature che però illuminano tanti infiniti spazi rimasti vuoti. Si tratta dunque di una pittura che nel mentre vuole riempirci di gioia, vuole anche avvisarci, come disse Baudelaire, che dietro ogni parvenza è in agguato un altro mondo.

Dante Maffìa


 

IL CAMMINO VISCERALE DELLA MUSICA DI MONTENEGRO

di Paolo Antinucci musicista e critico d’arte

   Quando, oramai venticinque anni fa, ebbi occasione di scrivere di lui, parlai di “elaborazione” delle tradizioni musicali calabre, nello stesso senso in cui si può parlare di“elaborazione” delle tradizioni magiare da parte di Bartok. Non ebbi allora però la necessaria avvedutezza, che invece oggi la “nuova” musica di Danilo Montenegro mi induce, per delineare con esattezza cosa dobbiamo intendere per “elaborazione”. Il rischio, allora come oggi, è quello di attribuire a questo termine quel sapore di operazione compiuta una volta per tutte, che è quanto di più fuorviante si possa pensare. “Elaborare” una tradizione musicale deve intendersi invece come un processo. È appunto un procedere, un mettersi in cammino, e non quindi un punto di arrivo.
Dicevo che l’impellenza di questo chiarimento mi è stata indotta proprio dalla “nuova” musica di Montenegro. E infatti nulla è più chiaro in lei che proprio questo procedere da dentro alle tradizioni per approdare a territori attigui ma sempre nuovi e inaspettati. Mostrando, allo stesso tempo, come l’andatura non sia sulla musica ma nella musica. Mi è capitato a più riprese e in tempi diversi di ascoltare la Ninna Nanna. Ogni volta mi sembrava che il risultato fosse quanto di più avanzato si potesse raggiungere conservando la qualità e la specificità della tradizione. Eppure ascoltandola di nuovo, nella più recente versione, mi accorgo quanto ancora c’era da scoprire fra le possibilità che quella melodia “popolare” offre. Se Montenegro non fosse, nel suo processo elaborativo, in cammino, null’altro avrebbe scoperto rispetto al passato. E invece rende operante,come ebbi a dire, tutta la tavolozza delle potenzialità che le viscere delle tradizioni gli offrono. Fa emergere sonorità, addensa il campo fonico di lussureggiamenti che non intaccano, anzi potenziano,il connotato musicale e il potere evocativo del brano.
Montenegro si muove nel campo delle tradizioni musicali calabre procedendo in avanscoperta. Così si spiega, credo, lo sconfinamento nel blues e persino nel jazz delle nuove elaborazioni di Tarantella Minore (ancora solo come episodio inframmezzato) e di Vogghju Gridari. E innestati in piena struttura in Fragalà di Melissa. In perenne avanscoperta, Montenegro sente che le declinazioni e le flessioni blues e jazz sono potenzialmente già contenute nelle melodie calabre e quindi dentro se stesso. Forse per via di quella sorta di blue notes che rendono sempre indefinite le tonalità, forse anche per quel tanto di pentatonico che in Calabria germoglia da radici greche e arabe. Fatto sta che così come le blue notes e il pentatonico africano sono alla radice del blues degli schiavi americani, allo stesso modo Montenegro sente nell’urlo di liberazione della musica della sua terra i connotati per proiettarsi su di un più universale piano dell’emancipazione dei popoli.

Paolo Antinucci

 

UNA CHITARRA CHE BATTE COL CUORE DELLA STORIA

Canada, Germania, India, Svizzera ed Usa sanno parlare calabrese. Più di noi. 

 di Silvana Marra

“Quando quelle mani callose mi accarezzavano, sentivo solo amore, non erano mani ladre”.  E’ l’autore a commentare “Mani tosti”, una canzone struggente sul lavoro oscuro del bracciante e su quello ingrato, della fabbrica. Non esiste frase più efficace per provare a dire qualcosa su Danilo Montenegro, cantastorie, uomo ed artista totale. “Mani ladre”, locuzione un po’ infantile che riporta ad un naif incontaminato  e fa da cerniera espressiva alla durezza di una realtà che non sempre premia chi decide di non crescere nella maniera che tutti si aspettano. Due parole in cui il Danilo bambino allora, come oggi l’uomo maturo, sintetizza il significato del termine “onestà”. Idea  inscindibile dal lavoro, dal sangue e dal sudore. Da un corpo usurato, da una pelle irruvidita dalla terra ed arsa dal sole. Montenegro è vibonese, nella sua storia, una madre raccoglitrice d’ulive ed un padre e un nonno braccianti agricoli. Ma anche e forse per questo, suonatori di chitarra battente. Uno strumento particolare, d’origini colte quanto nessun altro, se solo si pensa che ha  accompagnato il canto e più spesso il grido, del popolo. “… Partivi ch’era giovani d’età, fortuna cercai ‘nta Svizzera e ‘nto Canada, la mia fortuna vi la presentu tutta:  ‘na casa fatta ‘i blocchi ‘i sopra a sutta”. I versi sono di “Vogghju gridari”, pezzo nato da una tragedia vissuta in prima persona nella Germania dell’80. L’Artista era in visita in fabbrica. Molti erano i connazionali  che vi lavoravano, senza altra gratificazione che la sopravvivenza. Rimase colpito dalle differenze fra l’ambiente di lavoro confortevole dei capi e lo squallore dei reparti operai. Proprio a sera, durante il concerto, arrivò la notizia di un uomo morto sul lavoro. Ancora, negli occhi, lo sguardo perso nel vuoto di un ragazzo al ritmo alienante della catena di montaggio. Lo scollamento fra un’idea di società apparentemente più avanzata ed una realtà che pure continuava ad imporre l’umiliazione della precarietà a degli esseri umani. Ed una canzone, il cui ritmo è reso incalzante e quasi ansiogeno, dal suono ripetitivo dell’armonica. Danilo Montenegro, “Incantastorie” come poeticamente definito da certa critica, ha idee personali, da originario sapere antropologico. Non libresco ma da appartenenza. La chitarra che suona, con sei corde tutte uguali, è, appunto, “battente”, forse perché c’era chi la usava scandendovi il tempo con la mano, come “il golpe”della tecnica flamenca. Più presumibilmente, però,il termine trae origine dall’invito che il cantante era solito rivolgere al suonatore: “vattime o’tiemp”. “O’ trivulu”, era una nenia cadenzata, quasi un lamento che, nelle nostre campagne, aveva la stessa matrice dei blues neri. Così come il canto d’amore che qui da noi, nasce anche come espressione di protesta: “ _papà mi raccontava che quando andavano a fare una serenata, venivano picchiati e portati dentro…” Già, era la repressione che cercava un pretesto e non si lasciava incantare dall’innocente intenzione dichiarata. I toni della cantata erano rabbiosi e dolci allo stesso tempo perché originavano da un quotidiano di frustrazione, di lavoro e di sfruttamento, l’amore diventava l’occasione per esprimere l’accoramento e la passionalità, l’unico sfogo consentito ad una rabbia, altrimenti, da reprimere.  Interpretazioni, dunque, non ufficiali ma che riportano all’empatia ed alla condivisione verso  chi ha vissuto da deprivato. Nulla d’accademico in un parlare che pure trasuda cultura e consapevolezza. Impegno  in ogni direzione, anche in quei capelli lunghi che non sono inveterata omologazione ma fedeltà a piccole discriminazioni delle quali, da ragazzo, veniva fatto segno. Gli anni ’70 erano quelli  in cui anche lo schierarsi da una certa parte, il recitare nel “Gruppo teatrale d’intervento politico” di Cosenza, potevano giustificare un’indagine della polizia. Sono queste le coordinate chiare dell’uomo e dell’artista: un poeta, musicista, attore, pittore e cantante in una sintesi di comunicazione globale. “Non so mai il momento preciso in cui nasce il quadro, la musica o la ballata, non riesco a capire quale viene fuori prima”. Come a dire, che ogni modo è buono per arrivare all’altro, che ogni parola, qualunque idea e qualsiasi tono può diventare canzone di vita, di rabbia e di morte. Ed esplorare tutte le forme d’espressione significa acchiappare il senso stesso della vita: non esiste momento privilegiato, la magia sta proprio nell’unificare in un solo essere e con la stessa coerenza, tutte le forme d’espressione. Lo hanno insegnato filosofi che erano matematici e poi letterati, personaggi che sapevano poetare e dipingere, scolpire e declinare la genialità. L’umanesimo dimenticato e ritrovato in una barba biblica e lineamenti da zingaro. La sua religione dell’uomo, Danilo ce l’ha scritta sul volto, in occhi penetranti che guardano diritto in faccia. Un neo-cantastorie che racconta e mostra opere che egli stesso dipinge. Ma la differenza con l’immagine tradizionale sta proprio in un più intuitivo nesso fra musica, parole e figurazione: le rappresentazioni pittoriche non integrano il racconto ma ne evocano suggestioni ed atmosfere. Non sono in sostanza, direttamente e didascalicamente parte della storia ma in qualche modo, vi aggiungono un’emozione in più. Anche questo vuol dire credere nell’interlocuzione, spingere il pubblico a farsi parte attiva nell’interpretazione di metafore e simboli. Docente di discipline pittoriche presso l’Istituto d’arte di S. Giovanni in Fiore, anche a scuola il percorso esistenziale e l’impegno sociale seguono la strada che battono sul palco. Tanto per dirne una, il programma dell’anno in corso si basa sulla ricerca del segno archetipale, del cammino in se stessi per riuscire ad individuare i condizionamenti pre e post- natali. Diverse le esperienze di lezione-concerto tenute alle università, ciò che racconta va di pari passo con l’idea della divulgazione e della mediazione culturale. Non avrebbe senso narrare di sfruttamento e non raccordarlo alla realtà, Montenegro non canta la storia ma la gente. Tempo fa gli fu censurata, alla tv nazionale, una ballata sul condizionamento psicofisico dei bambini. Viene in mente “L’attimo fuggente”, il film “cult” in cui un insegnante, stravolgendo la didattica tradizionale, ha la sola mira di liberare dalle gabbie della convenzione, lo spirito dei ragazzi. Ed è evidente, nell’Artista, una paternità etica, a titolo di responsabilità oggettiva, nei confronti di chi gli sta di fronte. Danilo non si stanca mai di spiegare, mai di lanciare il suo messaggio di riscatto. E’ costante la paura di usare violenza, di non avere il tocco delicato con chi possiede, o sa, meno di lui. Mai snob, solo fieramente sprezzante nei confronti della malafede. “Di fronte ad una persona umile, sono io a sentirmi violento. La cosa che mi offende di più è abusare dell’innocenza di un altro, anche di una pianta”. E guardarlo e pensare ad un profeta dell’oggi, è tutt’uno. Simpatico, vivace, realistico ma anche ascetico. Semplice, senza paura del giudizio altrui, è una dimensione che non gli appartiene. Ma qual è la sua idea dell’utopia? “E’ l’armonia fra gli uomini e fra i popoli, il non violentare. Perché libertà vuol dire rispetto”. Ad ascoltarlo, si ha subito l’impressione di una persona dalla sensibilità  diversa, di quelle cui non sempre è dato vivere “bene”. Si può diventare pazzi a forza di pensare ma “la normalità è seguire l’istinto  all’interno di un concetto armonico del rispetto. Pazzo è solo chi si adegua al convenzionalismo sociale”. Parole che sono già musica ed il coraggio d’essere un poeta. E poesia non è che orgoglio di un amore che per altri può essere follia. Sono le alte frequenze su cui sanno viaggiare solo poche anime. Parla con le piante ma anche di una pietra saprebbe ascoltare la storia. Una volta s’allontana di casa per un po’. Al ritorno trova la sua diefenbachia malata, sul punto di seccare. La scuote, la rimprovera come si fa con quelli con cui ne vale la pena – “Aho! Ma che stiamo facendo?” – e la pianta torna a vivere. “Non m’interessa di quello che si possa pensare, la gente quando vede che sei libero, cerca di metterti il bastone fra le ruote”. Chi non è capace di vivere ad un certo modo,  colpisce e giudica chi vi riesce, è sempre così. Solido anche nell’idealismo, radicato nella conoscenza del genere umano. Ed innamorato del miracolo che ogni persona è:  “devi avere fiducia in quello che fai, predisporti, darti”.  La fede non è un problema, crede nella natura, lavora nel suo orto, fa innesti e poi li vede germogliare. “Se questo è Dio, dico che credo”. Poi, c’è tutto il resto, il male che non ha spiegazione né scusa e forse, fa meno male pensare che Dio non c’è. Una trentina d’anni fa s’imbattè in un cane ferito. Cercò di avvicinarsi per soccorrerlo ma la reazione della bestia fu d’aggressività. Non credeva ad un uomo che potesse fargli del bene. Venne fuori “‘Nu jornu”, la sua prima ballata ambientalista. “… nu jornu pe’ strata ‘n’acellu trovai, a morti feritu mi dissi così: -pe’ chillu chi fai nui stamu morendo! Sì voi ca tutti nui campami, ’nto celu libari pemmu u vulamu, tu l’acqua e l’aria no’ mbelenari e pe’  piaceri, no ‘ndi sparari”. Ricorre, nella testimonianza, il rimpianto critico verso tutto ciò che a questa terra manca ma allo stesso momento viene fuori l’orgoglio ed anche l’allegria, di esserne figlio. Montenegro è conosciuto fuori dei confini nazionali, significative sono state le esperienze in Germania e nel Canada, è proprio il nostro paese a manifestare la consueta reticenza verso tutto ciò che è cultura alternativa. Magari, com’è giusto, abbiamo anche curiosità per le filosofie orientali ma delle nostre, sappiamo poco. Della chitarra battente, ad esempio, non siamo nemmeno in grado di riconoscere la forma e pare, a detta dei De Bonis, antichi liutai in Bisignano, che Danilo Montenegro ne sia il più fedele interprete. “Se riesco a cantare qui, ho fatto un’operazione culturale e politica, se lo faccio a Milano, è solo un’operazione naive”. Ancora, la consueta fede nel messaggio, la stessa di una canzone rivolta ad un ipotetico figlio ancora non nato. Quando la vita è dolore non è un dono: “Io sacciu ca la culpa no’n’è la mia ma ‘nta ‘stu mundu io no’ ti vorria, vogghju aspettari ancora mu su’ sicuru ca di la vita toi no’ t’hai a pentiri, mu hai lu cori sanu, forti e duru e di chiju chi ta dezzi non hai a patiri. Sicuru no’ su’ mai di tuttu chistu ma criju ‘nta chiju omu chi fa’ giustu, si pensu e sacciu c’haju a sbagghijari, vogghju ‘nta morti mu pozzu scappari”. Un bambino ha diritto a nascere in un mondo più giusto. E siamo noi a doverci pensare.
Silvana Marra

 

IL GRIDO ASSOLUTO DI DANILO MONTENEGRO

Il canto dei popoli sfruttati ha una sola voce e tanti nomi. Il neocantastorie lo racconta da sempre. 

 di Silvana Marra

“E così, in apertura di serata al “Kroton jazz festival” ed a sorpresa per il pubblico, venerdì ventitré agosto, Danilo Montenegro. Strano, non perché il “neocantastorie” fosse in una prestigiosa rassegna jazz, ma perché nessuno ne sapeva niente. I posti erano pressoché esauriti ma c’è da giurare che se il nome di Montenegro fosse stato in cartellone, la gente sarebbe rimasta in piedi. Perché avrebbe chiamato a raccolta anche i suoi numerosi estimatori, quelli che si nutrono del genere popolare e che dal jazz sono lontani e vicini, ma non lo sanno. La tesi di Danilo, infatti, è sempre stata questa: le nostre nenie sono dei blues, i canti di protesta nati sotto il sole dei campi di tabacco, sono degli spirituals. Ed ha aperto con una poesia dallo struggente sottofondo musicale, cui testo e voce conferivano tutta la tristezza dell’umiliazione, quando ancora alla gente è dato provarne. ”Nu’ popolo diventa povero e servo quando ci tagliano a’ lingua”. Nei primi versi, le coordinate di quello che sarebbe stato il concerto e di quella che è la matrice del jazz, canto di dolore, di protesta e di tensione al riscatto. Il feeling, la filosofia comune a ciò che viene fuori da una chitarra e da una voce quando non hanno vita facile. E dovunque esse si trovino. E poi la rabbia e l’urlo, cantato e suonato. Nulla a che vedere con le fredde,  lunghissime session che propongono scale interminabili, melodia inafferrabile, facce sul sofferto- andante nei musicisti e sul patito- colto, nel pubblico. Già, perché molti amanti del genere, si sentono un tantino più su degli altri, della parola e di un motivo conduttore non sanno che farsene. Questione di punti di vista. Lo spettacolo è stato coinvolgente come a chi non conosce la band di Montenegro sul palco, sarà difficile immaginare. Le cadenze venivano fuori gioiose o malinconiche, ma nascevano da una formazione popolare, originata dall’appartenenza, e consolidatasi nella ricerca. Sentimento e denuncia, in ogni pezzo. A fare da contrappunto, arrangiamenti di singolare contaminazione che spaziavano dal folk più genuino ai blues più sinceri. Quanto di più vicino al jazz nero, quello vero. Quello che sa essere sarcastico ma mai felice, e che si rifiuta di strizzare l’occhio al dixieland, appena ruffiano, lievemente traditore ed un po’ venduto. Che non ci sta a  figurare in atmosfere alla Scott Fitzgerald, a mascherarsi in paglietta e doppiopetto gessato e proprio non ce la fa, a fare il verso alla chitarra con un banjo. Poi, che sia pure tutto jazz, vorrà dire che la grande madre nera si sarà accoppiata in una notte di follie, con un bianco e ne sarà nato qualche figlio illegittimo. Però  la storia è storia. Sarah Vaughan, Billie Holiday e Louis Armstrong tiravano fuori la voce dell’anima ed era quella del dolore. Le allegrie restano in superficie, non lasciano traccia e non sono viscerali, le ferite si. Montenegro canta dei morti senza nome delle fabbriche, degli sfruttati senza voce e di spazi critici compressi da un’informazione fasulla. Passa dalla chitarra battente all’organetto, all’armonica, alla tammorra e grida “cercu largu, nu’ pochi i’ largu”. E racconta la brutta storia di Fragalà di Melissa con un blues che fa venire i brividi, illustrato anche con  due pannelli da lui dipinti. E che gli ha procurato l’onore di uno speciale annullo postale. A dargli presa ulteriore, l’appoggio vocale di Vincenzo De Franco, storico percussionista del gruppo, a proprio agio fra una garruba gigante delle Canarie e campane di legno. E poi c’è Ilaria, la figlia di Danilo, col flauto traverso ed una musicalità da corredo cromosomico. Al piano, Raffaele Zumpano, professionista noto e musicista raffinato mentre per la sezione ritmica, Francesco Bonofiglio per la batteria e Pino Sallusti per il contrabbasso. La chitarra per Giovanni Spatafora ed il sax soprano per Raffaele Rizza. Per chi non frequenta, sono nomi, fatto sta che l’altra sera erano mani ed anime che andavano all’unisono, i volti erano malinconici quando c’era da esserlo, felici quando suonavano forte, in un ritmo crescente e quasi orgiastico, da ritualità baccantica.  Con tutti in mezzi toni che jazz e musica popolare sanno dividersi.

Silvana Marra

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